Il Blog di Vagiti Ultimi

06 Luglio 2014

"L'opera d'Arte: una tensione estatica" di Guido Mannucci

BY:

L’individuale non è un ultimo. È pacifico che generalmente l’opera d’arte in un’ottica relazionale col proprio fruitore, occupi un posto subordinato ad una prospettiva antropocentrica nella quale non c’è dualità, bensì unicamente univocità d’intenzione. Il pensiero alla base di quest’antropocentrismo relazionale collega sempre l’umano e famelico appetito dell’incorporare significati con il disgusto per il non incorporabile che, poiché tale, avrebbe bisogno di conoscenza. Cerchiamo dunque di uscire da quest’ottica tornando al fatto (Gemachte).

Ogni fatto artistico presuppone e implica necessariamente una tecnica, una somma di operazioni che agiscono sulla materia modificandola o trasformandola, organizzandola, dunque, secondo la precisa, demiurgica intenzionalità che si dice artistica. Poiché deve ineluttabilmente esserci una distinzione sostanziale tra il fare artistico e gli altri modi del fare, l’intenzionalità alla base della spinta fattuale deve intingersi nella nozione di valore. Il valore che sta nell’intenzionalità e nella finalità artistica è un accrescimento della cosa, un’esplosione che trascende il fatto e che supera il confine spaziale in cui l’opera è obbligatoriamente conclusa.

L’opera d’arte, poiché fatto è cosa e conserva in sé il paradossale rapporto che sussiste tra la cosalità e l’abisso che la separa dalle altre cose, pur sempre cose, prodotti. Un’opera è cosa oggettiva perché emette a partire da sé la misura della propria intrinseca necessità. A rendere riuscita una creazione artistica, ciò che le conferisce uno statuto ontologico, non è la conformità a contenuti che le sono completamente esterni, bensì l’adattamento a un processo costitutivo che vive e nasce nella e dalla cosa stessa: un’opera d’arte è un magnete che intuisce il campo di forze in sé concluso e inglobato, è una monade, un punto di forza che scardina e rompe la contrapposizione tra soggetto e oggetto che vige generalmente nella conoscenza. L’opera d’arte è. L’opera d’arte inizia da sé. È conchiusa in sé. In essa perdura un’immediatezza che dev’essere di necessità mediata: quel che si mostra è l’esito della trasfigurazione che ha subito per mostrarsi.

Il singolo esistente non incarna mai totalmente il suo concetto superiore che lo contiene, l’esistenza, bensì è internamente il suo Altro collegato ad Altro. L’ente, dunque, è più dell’ente stesso. L’universale, riprendendo così Adorno, risiede al centro della cosa individuale e non si costituisce solo nel confronto di un individuale con altri. L’assoluta individualità è prodotta da quel processo di astrazione messo in atto per arrivare all’universalità. Benché l’individuale non sia mai deducibile dal pensiero poiché supera se stesso, il suo nucleo è paragonabile all’opera d’arte che, giacché estremamente individuata, conclusa, revoca ogni scherma di possibile comprensione immediata e rimanda ad un’analisi, nell’estremo della propria individuazione, nella quale è possibile rintracciare momenti dell’universale.

Dov’è, dunque, il non finito?

Non è possibile trattare il concetto di non-finito, nel campo dell’arte, affiancandolo al suo sinonimo d’uso quotidiano, l’in-completo: il rapporto col fatto artistico è di per sé paradossale. Può, infatti, accadere che un processo apparentemente inconcluso sia, dal punto di vista squisitamente artistico, perfettamente concluso poiché fissa, nell’hic et nunc della sua genesi un valore, un quid, una qualità, che innalza il mero fatto tecnico a fatto artistico e che ogni altra azione potrebbe diminuire o distruggere. Il finito quindi, nel campo dell’arte, non è da intendersi focalizzando l’attenzione sui processi tecnici che generano l’opera, bensì in quel preciso istante nel quale l’opera trascende se stessa e supera il suo contenente finito dilagando nell’in-finito. È proprio qui che si compie il paradosso che porta l’individuale (in-dividuum) dell’opera d’arte a dialogare pacificamente con l’in-finito (in-finitus). Questa tensione abissale sensibilmente percettibile tra un nucleo atomico in-divisibile poiché enormemente individuato e l’universale in sé contenuto rende il qui e l’ora, l’esistenza, quindi, dell’opera d’arte irripetibile e la singolarità del suo apparire ne costituisce l’aura.

Il concetto di aura è stato mirabilmente teorizzato da Walter Benjamin e in esso è racchiusa la chiave di volta che permette l’unico approccio possibile all’unicità del prodotto artistico. L’aura dell’opera assicura la distanza. Il suo significato essenziale non comprende uno scarto spaziale tra l’opera e il fruitore, ma trasuda una temporalità che si risolve in una paziente attenzione. L’aura non nega l’esposizione, la comprensione, ma impedisce che l’opera d’arte venga immediatamente fruita; obbliga ad un’osservazione che si protrae nel tempo, di per sé in-finita: l’aura che distacca il fuoco dell’opera da chi la osserva, non viene mai meno, per quanto compiuta e organica possa apparire l’interpretazione. Il fuoco centrale non è mai, e mai sarà impalato nel nome. L’aura fa in modo che l’opera conservi in sé sempre qualcosa che ecceda ogni possibile spiegazione, che la sua essenza non sia mai totalmente decifrabile, che si debba aver sempre tempo, tempo e ancora tempo per ad-tendervi.

Proprio perché dischiude nuovi sensi e nuovi orizzonti, l’opera spezza il nostro modo abituale di vivere e di pensare, ha in sé una struttura veritativa, ciò che si svela non è più l’originale ma l’originario, non c’è meraviglia bensì pensiero e riflessione. Si pensa il non pensato. C’è qualcosa di primario, c’è qualcosa di estremamente contemporaneo che sfugge all’attenzione e subissa il mondo, scomparendo appena appare. Porsi di fronte ad un’opera d’arte vuol dire scoprire la potenza dell’istante in questa linea di tempo. La relazione che interviene tra il fruitore e l’opera d’arte è, dunque, precipuamente temporale. Il dialogo che s’instaura esige il totale abbandono dell’ottica lineare del tempo: la linearità deraglia, da A non consegue più B ma è B che diviene irriducibile ad A, l’attimo diventa centrale. L’attimo, il Kairòs greco, è un mistero che solo il presente e non trascendibile negarsi del positivo - del noto - mostra, come motore di una dynamis infinita e ineguagliabile; è il non pensato, il de-pensato, che viene alla luce registrando e portando con sé il senso di ciò che è da-pensare. L’attimo è estasi in senso attivo: il fenomeno dell’attimo non può, per principio, essere spiegato dal concetto dell’ora e del qui. Nell’attimo si svela la presenza autentica, quell’estasi dell’esserci immanente all’opera che permette al «ci» dell’essere di assumere su di sé in modo risoluto, definitivo, l’ente, cosa, prodotto che già è. L’estasi è l’a-temporale: impegnando sia il passato che l’avvenire, è di tutti i tempi e quindi non è affatto trascendente al tempo. L’atemporale è l’acquisito. Un’acquisizione che è, però, eterna. Quest’acquisizione, questo dialogo che avviene tra il fruitore e l’opera d’arte è propriamente l’ante-mortem: il relazionarsi all’opera d’arte permette al fruitore di vivere un’esperienza estatica che si sviluppa in una tensione che trascende il naturale corso degli eventi e condensa in un solo punto temporale (Zeitpunkt) una tensione verso il non-finito in quanto in-finito.

 L’opera d’arte mostra un contenuto di verità che non riguarda il linguaggio, il significato, tantomeno il linguaggio come espressione della verità storica di un popolo, bensì quell’ostinato mutismo dell’opera in cui risiede il carattere enigmatico del suo essere, nonostante tutto, “cosa”. Il mostrarsi dell’opera sta in quel carattere senza espressione, ad essa immanente, che nega una risolutiva e finale traduzione in un orizzonte conoscitivo, linguistico, facendo così toccare al pensiero del fruitore intime sospensioni di giudizio e collassi di ogni possibile interpretazione lineare. In quell’estasi temporale avviene il fatto estetico. Il termine “estetica” (aesthetikòs) conserva in sé, in questo contesto, il suo primigenio significato di “sensazione”. La sensazione è la chiave di volta del rapporto del fruitore con un’opera d’arte: la sensazione è un’onda che travolge lo spettatore in quell’esatto punto di tempo nel quale avviene il dialogo. Lasciarsi travolgere vuol dire tendere all’universale. Essere investiti dalla sensazione riverberante, quell’ad-tendervi del particolare all’universale è in-finita presenza (prae-sum), è libertà, è venire-ad-essere, è ante-mortem.

La vita postuma delle opere, la loro ricezione in quanto aspetto della loro propria storia, si svolge tra il non farsi comprendere e il voler essere comprese; questa tensione è il clima dell’arte. 

Testo di Guido Mannucci

Organizzazione mostre collettive a tema di alto livello.

 

L'associazione culturale “Vagiti Ultimi” organizza mostre collettive di Arti Visive in location d'eccezione.

Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter!